Signor di Montgolfier
Dicono che mille anni fa certi monaci irlandesi si lasciassero trasportare
su una barca senza remi dal gioco delle correnti, andando alla deriva.
Dove il mare li depositava, lì sbarcavano e predicavano. In questa
loro fede assoluta c'era non solo una fiducia illimi-tata nell'Altissimo,
ma anche una predisposizione dell'animo, una capacità di lasciarsi
andare che il mondo di oggi non conosce più. Poi vennero i fratelli
Montgolfier, nel secolo dei lumi, mostrando per la prima volta che
l'uomo può navigare anche nel cielo, e che si possono governare le
correnti. Le loro prime ascensioni dimostrative, compiute sotto lo
sguardo incredulo di folle curiose, colpirono anche la fantasia dei
poeti. Vincenzo Monti scrisse, più di duecento anni fa, un'ode celebrativa
in cui, immaginando di affacciarsi dalla navicella che si alza sempre
di più, dice: "fosco di là profondasi / il suol fuggente ai lumi /
e come larve appaiono / città foreste e fiumi". Lo sguardo del cosmonauta
che vede rimpicciolirsi le case e i paesi, mentre la corrente del
vento rapisce la mongolfiera per guidarla attraverso rotte invisibili,
tradisce ancora oggi la stessa emozione. Ma non è più tempo di frati
irlandesi: la navicella ha zavorre e valvole, che permettono di scendere
a patti con la casualità dei venti, e il timoniere si alza e si abbassa
a suo piacere, anche se non può andare controcorrente. Non si arrende
al tutto, non è come una foglia che il vento trascina via: la deriva
è controllata, e c'è un equilibrio bellissimo, che cambia di attimo
in attimo, tra il mondo intero e la navicella. Gli aeronauti si lasciano
trasportare con fiducia da un filo d'aria o dal vento impetuoso perché
sanno che comunque, quando vogliono, è consentito loro scendere; ma
la bellezza del gioco consiste nel prolungare il più possibile quell'equilibrio
fragile, dina-mico, altalenante, tra la navicella e l'oceano dei venti.
E i movimenti avvengono con dolcezza, senza strappi o sussulti, accentuando
la sensa-zione di essere una parte del tutto, docili fibre dell'universo,
in armonia con la natura. Quando Roberto Magni partecipa a regate
d'alta quota, assecondando i venti per lasciarsi trasportare lontano,
sente il bisogno di fermare, di bloccare in una immagine che rimanga
quella pace che si sperimenta momento per momento, quel senso di libertà
di fronte all'infinito, quell'apertura di spazi che cambia continuamente
di prospettiva, quell'equilibrio altalenante che si rimette in gioco
minuto per minuto. Tuttavia le sue foto non sono descrittive, documentarie.
Non più schiacciato dalla forza di gravità, il fotografo scatta in
libertà, lasciandosi andare alle emozioni. Di quello scorcio coglie,
come in un flash, l'esplosione del colore; da quella prospettiva dondolante
scorge, come su uno schermo, un paese che emerge nella foschia; inse-guendo
una nuvola intravede valli e convalli una dietro l'altra; nella scia
del vento fotografa, come in una processione, la fila ordinata delle
mongolfiere. Così, alcune immagini sembrano grafica pura, altre ricordano
le illustrazioni scientifiche, altre infine sono particolari e suggestive
visioni paesaggistiche. I frammenti di mondo terreno che emergono
tra uno scorcio e l'altro sono come isole lontane alle quali si ancora
per pochi attimi lo sguardo, prima di cambiare orizzonte. Le foto
sono come tante ancore gettate nelle rade del cielo per fermare istanti
fuggenti. In ognuna di esse ritroviamo ritmi, colori, emozioni, visioni
colte tra scendere e salire, che qui si trasformano in immagini per
trasmettere altri ritmi, colori, emozioni, visioni in equilibrio tra
restare e partire.
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